Di tanto in tanto mi capita.
La mattina, quando mi siedo al tavolo della sala da pranzo per fare colazione, a questo grande tavolo dal piano in legno intarsiato, che potrebbe accogliere fino a dodici persone e invece ne ospita quasi sempre due, il pensiero fugge via.
Mentre inzuppo i biscotti del supermercato nel latte sterilizzato, ricordi di un’infanzia non molto lontana emergono dal fondo della tazza e si proiettano sulla superficie biancastra come un film.
Vedo dei ragazzi intorno a un tavolo e sento una voce che li sgrida per come si sono seduti. È la voce di mia nonna, e quei ragazzi sono i miei cugini e cugine.
D’estate ci ritrovavamo tutti in campagna, dai nonni. Ogni mattina la nonna ci radunava intorno al tavolo per la colazione.
Era sempre la stessa: polenta di granoturco con latte — qualche volta, con un po’ di formaggio, se il pastore era passato a portarlo. La polenta e il latte erano gli unici alimenti che non mancavano mai sulla tavola della mia infanzia.
Erano gli anni Ottanta e nel mio paese c’era la dittatura. Il grano era troppo caro per permetterci il pane tutti i giorni; mia nonna — come tutte le contadine — sfamava la famiglia con la polenta, preparata due, anche tre volte al giorno. Colazione, pranzo e cena: tutto ruotava intorno a quella massa gialla e fumante che per noi significava casa, calore, sopravvivenza.
La preparazione era un rituale di cui ricordo ogni gesto. All’alba, quando il mondo dormiva il sonno più dolce, la nonna si alzava e accendeva la stufa di terracotta, con il piano di cottura a tre buchi coperti da cerchi di ghisa concentrici.
Mentre il piano si riscaldava, lei andava nella stalla. Si sedeva su una sediolina accanto alla pancia della mucca e cominciava a mungere. In pochi minuti il secchio si riempiva di latte caldo e schiumoso. Lei accarezzava l’animale, gli offriva un braccio di fieno in segno di ringraziamento e tornava in casa.
Riempiva d’acqua un grande paiolo e lo metteva sul fuoco. Aspettava che comparissero le prime bolle per salare l’acqua e, poco a poco, versava la farina, mescolando senza sosta finché il composto non diventava denso.
La guardavo incantata: nonostante fosse minuta, girava il mestolo con un’energia che muoveva non solo i granelli di farina, ma l’universo stesso.
Quando la polenta era pronta, la rovesciava sul tagliere e la copriva con un panno di cotone per mantenerla calda. Nel paiolo vuoto versava poi il latte appena munto che lentamente si univa alla polenta rimasta attaccata alle pareti, trasformandosi in una crema giallognola che lei distribuiva nei piatti allineati sul tavolo, in parti uguali.
Poco dopo arrivava mio nonno.
Si sedeva a capotavola, alzava una mano per invitarci al silenzio e noi, all’istante, smettevamo di parlare. Seduti ai nostri posti, con le mani incrociate come ci aveva insegnato lui, aspettavamo che prendesse la parola. Abbassava lo sguardo e, con voce grave, iniziava: «Padre nostro che sei nei cieli…».








