Se chiudo gli occhi e penso al cibo della mia infanzia, vedo i pranzi della domenica d’inverno, in famiglia. Vedo mia nonna, di spalle, con il suo grembiule a fiori consumato agli angoli e il mestolo di legno saldo tra le mani. Si muove bustrofedica tra fornelli e dispensa con quella grazia di chi è cresciuta con le categorie ottocentesche, una grazia antica, domestica.
Erano domeniche che duravano settimane. I piedi gelidi, gli occhi velati e infastiditi dalla nebbia; ma il cuore caldo, al sicuro nella certezza del rintocco delle campane di mezzogiorno e dell’abbraccio della tavola imbandita, tutti insieme, in attesa dell’ospite d’onore: candido, perlato, sfumato… il risotto!
E poi, una domenica, forse la più fredda di tutte in Lombardia – o è così che voglio ricordarla – è arrivata la rivelazione: scoprii l’esistenza di “riso e latte”.
Fino a quel momento non immaginavo nemmeno che potessero essere cucinati insieme “il riso” e “il latte”. Io – il latte – lo bevevo tutti i gironi, la mattina a colazione. Come potevo immaginare un tale connubio perfetto.
Eppure, è così che ricordo la mia infanzia: i pranzi delle domeniche d’inverno al gusto “riso e latte”, un piatto semplice, della tradizione povera, ma così speciale da restare impresso tra i ricordi più preziosi della mia vita.








