Di sera mia madre preparava la minestra. Faceva il brodo con carota, sedano, cipolla, patata e un’altra verdura di stagione. Poi ci buttava dentro gli spaghetti spezzati. Estate o inverno, il brodo serale era una certezza. Quell’abitudine, iniziata nella casa svizzera, aveva traslocato con noi in Irpinia. Nella cucina nuova, grande due volte quella del vecchio appartamento, mia madre aveva voluto i fornelli a gas e la cucina economica. In quel primo inverno si consolidarono nuove usanze: avere sempre una pentola d’acqua sulla stufa, mettere le bucce d’arancia sopra la piastra per profumare la stanza, controllare che dentro ci fosse legna a sufficienza. I posti al tavolo per la cena non erano ancora diventati fissi: ci assestavamo intorno, prendevamo le misure delle sedute e delle distanze tra noi. Un giorno sedevo sulla panca, l’altro sulla sedia.
La televisione in cucina era un’altra novità. Prima stava in salotto e potevamo vederla solo a orari stabiliti. Ora aveva trovato il suo posto in cucina. Accesa per ascoltare il telegiornale durante la cena, portava in tavola un tripudio di colori e sapori nuovi: rivelazioni folgoranti.
Mentre scartavo il sedano, mettendolo sul bordo del piatto, guardavo la pubblicità. Non mi ero mai resa conto di quanto fosse triste il cibo svizzero fino a quando non avevo scoperto l’esistenza delle magiche verdure dalla Valle degli Orti; né avevo mai sospettato che la noia con la quale mi approcciavo ai pranzi e alle cene poteva essere alleviata dalla Simmenthal. Gli spot mi facevano venire fame. Un’altra sensazione nuova. Prima di mangiare la minestra, aggiungevo il formaggino: lo schiacciavo sugli spaghetti e poi mi leccavo la forchetta. Per tante sere ho desiderato la pasta al sugo: un piatto di quelle penne che facevano casa, amore e famiglia. Iniziava il TG, mi madre si sedeva, una mela cotta nel piatto. Mio padre chiedeva silenzio e accendeva una sigaretta.








