Stiamo attenti: la terra quella è, cioè: è finita. Trattasi di un bene limitato. E stiamo attenti perché l’agricoltura lavora con la terra, dunque produce prodotti a partire da un bene limitato. Negli ultimi 100 anni abbiamo tirato fuori dalla terra una varietà di prodotti mai vista prima. Infatti possiamo definire la nostra epoca come l’epoca dell’abbondanza.
I benefici dell’abbondanza li conosciamo tutti. L’abbondanza è correlata con il benessere, l’istruzione, le ferie pagate, il tempo libero, con una maggiore possibilità di esprimersi e realizzare i propri sogni. Oggi sembra scontato, un diritto acquisito, dovuto, ma solo due generazioni fa non lo era, i nostri avi vivevano in confini più limitati perché l’accesso al cibo era limitato
Quindi i benefici ce li abbiamo. Ma sui costi riflettiamo meno. L’agricoltura negli ultimi cento anni ha esercitato una fortissima pressione sui suoli. Nella sostanza ci siamo messi a coltivare, cioè a lavorare i suoli. Alcune lavorazioni sono antichissime, vengono descritte dai greci e da quelli romani. Queste antichissime lavorazioni si basano su uno strumento rivoluzionario: l’aratro.
Le rivoluzioni, si sa, non sono un pranzo di gala, sono entusiasmanti ma presentano il conto. E allora, ecco il conto: le lavorazioni da una parte rendono soffice il suolo ma allo stesso tempo lo erodono. Il suolo eroso arriva nei fiumi, arriva nei laghi, li riempie e produce quindi dissesto idrogeologico. L’Itala è un paese molto dissestato. I casi di Emilia e Marche lo dimostrano, tristemente.
La lavorazione, poi, distrugge la sostanza organica del suolo e la sostanza organica del suolo è ciò che tiene in vita il suolo stesso. E in più abbiamo applicato tantissimi concimi minerali, soprattutto di sintesi, molto solubili, aumentando così il rischio di ritrovarne alcuni elementi nelle acque profonde. Dalle acque profonde ai fiumi e nei mari è un attimo, e in un attimo ci ritroviamo a costatare il triste fenomeno dell’eutrofizzazione.
A questo punto ognuno di noi pensa alla soluzione, ma spesso le soluzioni proposte sono più ideali che reali, non tengono conto di come funziona il mondo. Il mondo è un paradosso, come la vita del resto, se vogliamo vivere bene dobbiamo produrre per tutti e se produciamo per tutti, danneggiamo, prima o poi, tutti.
Il paradosso sembra irrisolvibile. Forse anche per questo, per non affrontare il problema ci inventiamo una serie di soluzione che tuttavia vanno bene solo quando devi chiamarti un appaluso, ma sono inefficaci in campo.
E allora? E allora è necessario uno sforzo di immaginazione. Possiamo smettere di lavorare i suoli, applicare meno concimi e mantenere costante la produzione, cioè, nella sostanza proteggere l’abbondanza che ormai tutti noi aneliamo?
Possiamo certamente lavorare meno i terreni (o in alcuni casi, non lavorarli affatto) e usare meno concimi, possiamo fare molte cose nuove e più sostenibili solo se accogliamo con più curiosità le innovazioni in agricoltura. Purtroppo le innovazioni ci spaventano. Nel novero delle innovazioni non ci sono solo cellulari più potenti, computer quantistici ma anche cose più terra terra.
In agricoltura anche i droni sono tecnologia, anche i genotipi migliorati soprattutto gli OGM o le New Breeding Technologies, anche i nuovi principi attivi (frutto di ricerche decennali e di investimenti sostanziosi), anche le non lavorazioni: sono tutte tecnologie che integrate tra loro consentono di lavorare meno il suolo o pochissimo e produrre di più e meglio impattando di meno.
Tuttavia, fin quando guardiamo sono alla tradizione, ai prodotti tipici, ai mercatini rionali come soluzioni possibili non risolveremo nulla, anzi continueremo imperterriti a lavorare tradizionalmente il suolo e a degradarlo. Continueremo a coprire tutti questi costi con un bello slogan, uno di quelli che ci fanno sentire più buoni ma produrre e consumare nello stesso identico (tradizionale impattante) modo.







