Ogni mattina mi svegliavo con quella promessa: al panificio di fronte alla scuola, mamma mi avrebbe comprato il croissant con quella soffice pasta e le amarene aspre e dolci nascoste nella crema morbida e profumata.
Lo mettevo in cartella sopra ai quaderni perché non si sgualcisse il pacchetto con la carta elegante. Finalmente arrivava l’ora della merenda e io aprivo il mio tesoro sentendomi così amata, perché il croissant aveva tutte le caratteristiche dell’amore materno: era caldo, profumato, con la crosticina zuccherosa e dentro era un tripudio di sapori perfetti che mi consolavano fino all’ora di uscire.
A quei tempi si faceva una merenda veloce, nel banco, riponendo i libri e i quaderni e aprendo il fagottino che ciascuno portava da casa. Quei giorni li ricordo sempre pieni di luce, nella grande scuola del Vomero dai larghi corridoi marmorei e con le aule ampie e illuminate da smisurati finestroni. Dopo la terza, i miei genitori non potendo più accompagnarmi, mi spostarono in una piccola scuola elementare vicino casa, era un palazzetto senza cortile con un piccolo portone e tutto in scala ridotta.
A quel punto mi trovavo in quarta elementare e potevo andare da sola e la prima cosa che feci, fu correre alla pasticceria sotto casa, nel grande e rinomato bar Sangiuliano per mantenere quella dolce abitudine che mi legava a teneri momenti spensierati.
“Un croissant per favore”. La giovane commessa mi guardò. “Vorrei un croissant “ e feci cenno con la mano.
Al suo sguardo interrogativo, mi venne il dubbio che non fosse italiana, ma no, sembrava proprio di qua. “Vorrei quello”. Questa volta le indicai con precisione ciò che volevo. “Ah il cornetto”, rispose sollevata.
Se ci ripenso, risento la mia voce delusa rispondere “Sì …quello”
Quindi da quel momento non sarebbe più esistito il mio adorato croissant? Improvvisamente ne avevo la triste certezza. Era iniziata l’era del cornetto.








