La tecnica del riflettore, secondo il grande critico letterario e filologo Erich Auerbach, consiste nell’inquadrare solo ciò che in uno scenario conviene inquadrare, lasciando in ombra le altre parti che, se fossero a loro volta illuminate, potrebbero fornire una descrizione più analitica, ma meno conveniente e poco utile nella propaganda e che quindi vengono volutamente lasciate in ombra.
Auerbach nel suo libro Mimesis attribuiva questa tecnica al grande Voltaire, un maestro abilissimo in tal senso, che riusciva, illuminando ad arte qualcosa, a scrivere riflessioni parziali ma efficacissime e che ancora oggi ricordiamo e citiamo.
Col tempo la tecnica si è diffusa e ad oggi è usata frequentemente, e alcune trasmissioni televisive, soprattutto quelle di inchieste, ne fanno orgogliosamente sfoggio.
Anche in campo agricolo la tecnica del riflettore è tanto usata. Di recente mi è capitato di vedere un servizio televisivo che raccontava la vita di due persone che si erano trasferite in alta montagna. Una di loro allevava una dozzina di capre, l’altra invece raccoglieva erbe spontanee e preparava confetture artigianali.
Con la tecnica del riflettore, gli autori del servizio inquadravano quello che gli conveniva inquadrare, e cioè la vita di due persone che stanche dei ritmi cittadini, trasferitesi in una valle, si godevano i tempi della natura e vivevano di poco ma con saggezza, fuggendo così all’alienazione dei tempi moderni.
Se da una parte il servizio poneva il problema dello spopolamento delle valli e dunque auspicava un ritorno dei cittadini in quei luoghi ameni, dall’altra parte, lasciando in ombra aspetti importanti, lasciava intendere che per risolvere i problemi dell’agricoltura bisogna abbandonare l’agricoltura moderna e coltivare poco, limitandosi a raccogliere quello che i boschi, le valli, i campi spontaneamente offrono.
Quello del “poter vivere in armonia con la natura” è un vecchio equivoco in cui tutti cadiamo e che certi tipi di tecniche narrative avallano. Il critico televisivo Beniamino Placido sosteneva, a ragione, che bisognerebbe volere “addolcire” la natura, che lasciata a sé stessa è selettiva, crudele.
Del resto i nostri antenati per milioni di anni hanno vissuto di caccia e di raccolta, ma il loro numero non superava secondo alcuni calcoli, i 15 milioni di persone. Cioè, le risorse che la natura, crudelmente, metteva a disposizione erano utili a soddisfare le esigenze di poche persone.
Del resto se tutta Roma, faccio per dire, si trasferisse in montagna, come quei due citati nel servizio tv, ad allevare capre o raccogliere erbe spontanee, nel giro di una settimana sarebbe affamata e molto litigiosa.
Ma poi i nostri antenati non avevano mica questo rapporto armonico con la natura, visto che con molta probabilità sono passati all’agricoltura perché, cacciando bene e sempre con maggiore efficienza, avevano (loro e anche noi con loro), eliminato più dell’80% della micro e macro fauna del tempo.
Non avevano altre scelta se non allevare e coltivare, cercando cioè di addolcire la natura.
Siamo sempre là, inquadriamo quello che ci fa comodo inquadrare, vogliamo aver ragione. In questa esplosione dell’io chi vuole avere torto? Chi vuole arrivare a una riflessione dopo aver esaminato con cura i dati a disposizione? Meglio scegliere pochi esempi luminosi che indagare le zone d’ombre, conflittuali e drammatiche che tuttavia illustrano senza sconti la realtà in cui siamo immersi e che ogni giorno contribuiamo a forgiare.







