Siete ossessionati dalla carbon footprint? Avete scelto il treno e non l’aereo per inquinare meno? Siete andati al mercato della nota associazione di categoria per comprare i famosi prodotti a Km zero, che però provengono tutti dai mercati generali della Tiburtina, e spesso sono raccolti dagli schiavi di ultima generazione, quelli che, tra l’altro, non sono a Km Zero, ma vengono pagati zero?
Siete dei buoni e responsabili onnivori? Vegetariani, vegani? Volete migliorare il mondo? E tuttavia per quanti sforzi facciate non sapete come muovervi per calcolare la vostra impronta di carbonio? Siete tra quelli che presi dallo sconforto e per farla facile e abbattere qualsiasi senso di colpa, hanno fatto campagna elettorale e promozionale (di voi stessi) al grido di fotovoltaico?
Ecco, se siete ossessionati (come me), e visto e considerato che il problema dello sfruttamento delle risorse (nonché delle emissioni) è molto serio e di sicuro non risolvibile in tempi brevi (dunque per forza di cose dovremmo produrci in uno sforzo collettivo e soprattutto proiettare questo sforzo sine die, una specie di fine pena mai), in nome del sano realismo conviene cominciare a studiare la materia di cui è fatto il mondo.
Va bene, il mondo è complesso, ci sono un sacco di attori che recitano molte parti e promuovono complesse quando instabili strategie geopolitiche, alimentari e industriali. Ci sono, cioè, un’infinita di dati e di cose che sarebbe utili sapere e che tuttavia non riusciamo a immagazzinare, e quindi, messi alle strette, declamiamo slogan.
Declamare slogan significa concentrarci sulle cose visibili, sotto la luce del sole. Finisce che su quelle cose litighiamo, ci scanniamo, facciamo guerre ad oltranza ma poi ignoriamo l’abc del mondo.
La verità? L’abc è impattante, e continuerà ad esserlo per decadi e decadi.
Voglio dire, il paradosso che molti studiosi fanno fatica ad analizzare è che più il mondo è immateriale e più si ragiona di fantasmagorico (per usare un termine di moda qualche decennio fa). Più si sta sui social e si creano influencer sapientoni e mole di dati e dati, e più è necessaria sabbia finissima per produrre i chip: e ne prendiamo tantissima di sabbia finissima (spesso la trafughiamo) nelle poche miniere disponibili.
Più ci vantiamo della qualità e dell’efficienza dei pannelli fotovoltaici (giusto per citare una tecnologia di grido e di tutto rispetto, soprattutto se associata al nucleare, ma che accettiamo acriticamente, un po’ come facciamo per il biologico) meno ci concentriamo sul processo necessario per ottenere quel silicio monocristallino il cui grado di purezza, tanto per rendere l’idea, è espresso da nove 9 e cioè 99,999999999 (più impurità ci sono, meno conversione si ottiene).
Il sole è meraviglioso e merita il saluto ogni mattina, il sole è là, sopra di noi, e non ci delude mai, sappiamo quando c’è e quando non c’è, ma, sempre a proposito dell’abc del mondo, per sfruttare la sua energia ci vuole il silicio (che è una fonte non rinnovabile) e per produrre il silicio utile allo scopo ci vuole il processo Siemens, quel processo chimico industriale che scompone i mattoni fondamentali di cui è fatto il silicio per poi ricomporli.
Un’operazione, quella di produrre silicio ultra puro, che, come fa notare Vaclav Smil, ha un altissimo costo energetico (non è facile spezzare legami tra gli atomi e poi riunirli): “tremila volte superiore a quello del cemento e mille volte superiore a quello del ferro e dell’acciaio”.
Poi certo in termini assoluti la quantità con cui si ha a che fare è minore, ma insomma, la parabola è chiara: per produrre questo materiale di incredibile purezza bisogna utilizzare un processo che richiede risorse, ha costi alti ed è inquinante.
Siccome è estate e siamo tutti più rilassanti e promettiamo a noi stessi di approfondire alcuni argomenti, così da tornare rigenerati e più capaci di analizzare lo stato dell’arte, in questo numero ci occupiamo della materia del mondo, per citare l’imprescindibile libro di Ed Conway (La materia del mondo. Una storia delle civiltà in sei elementi, Marsilio Editori).







