Intervista a Edoardo Musarò, Vicedirettore Compag
Cominciamo con una veduta a volo d’aquila? qual è la situazione del grano italiano?
Direi che per questa coltura abbiamo avuto periodi migliori. D’altronde i numeri ci aiutano a capire meglio la situazione: l’ultima campagna agraria in cui l’Italia è stata in grado di superare quota 4 milioni di tonnellate come produzione di grano duro è stata quella del 2021.
Bene ma non benissimo, e da allora?
Nelle due campagne successive la produzione totale si è attestata intorno alle 3,7 milioni di tonnellate, impegnando circa 1,3 milioni di ettari. Inoltre, la produzione ottenuta negli ultimi due anni è stata inferiore alla media italiana dell’ultimo decennio che si è attestata a 4,2 milioni di tonnellate.
Come mai?
Andando nel dettaglio delle ultime due campagne è necessario specificare che un ruolo determinante nei cali produttivi è stato giocato dall’andamento climatico: in particolare i deficit idrici e le elevate temperature nei mesi di maggio e giugno hanno compromesso la produzione in alcune aree del Paese.
Il deficit idrico, immagino, non abbia fatto bene alla qualità?
Sì, non solo il deficit idrico ma l’andamento climatico complessivo è stato sfavorevole ed ha influenzato anche le caratteristiche qualitative della produzione ottenuta: l’ultimo raccolto del 2023 ha presentato dei parametri qualitativi, in particolare il peso specifico e per problematiche dovute alla volpatura, al dì sotto di quelli previsti dalle classiche categorie di classificazione merceologica. Questo ha portato, infatti, all’introduzione di una nuova sottocategoria (“sotto mercantile”) per permettere anche la commercializzazione della quota di raccolto con basse caratteristiche qualitative.
Ora, sempre mantenendoci sulle generali, a parte la disastrosa siccità siciliana, quali sono i problemi della nostra cerealicoltura? Subiamo la concorrenza? Siamo meno innovativi di altre realtà?
È innegabile che il cambiamento climatico ha un ruolo centrale nell’attuale scenario produttivo italiano. Abbiamo già accennato alle scorse campagne, ma anche quella che ci apprestiamo ad affrontare risulta fortemente condizionata dall’andamento climatico, in particolare al sud Italia in regioni fortemente vocate come la Puglia e la Sicilia. Al centro-nord, invece, la situazione è buona. Solo in alcune zone ci sono stati degli allettamenti a causa delle piogge delle ultime settimane ed inoltre bisognerà monitorare la presenza del fusarium nel nord Italia. Tutto dipenderà da queste ultime due settimane antecedenti al raccolto.
Altri punti deboli?
A livello generale altri punti deboli sono sicuramente l’elevata frammentazione dell’offerta, lo scarso utilizzo di strumenti di mitigazione del rischio e la lenta integrazione dell’innovazione tecnologica e digitale.
Ma la ricerca?
Ampliando poi l’analisi è necessario sottolineare che spesso la ricerca non è supportata come dovrebbe e fa i conti con budget molto ridotti e, inoltre, anche gli investimenti in termini di innovazione tecnologica e digitale dovrebbero essere accelerati. Il grano duro rappresenta una nicchia produttiva a livello mondiale, mentre in Italia ha un ruolo di primo ordine. È necessario sostenere e valorizzare le produzioni di qualità cercando di creare sistemi di filiera solidi.
Su questo ruolo di primo ordine dell’Italia non è che ci vantiamo troppo?
A livello poi di produzione di prodotto finale pasta, nell’ultimo anno la Turchia ci ha superato e l’Italia non detiene più il primato mondiale che da sempre ci ha contraddistinto nel mondo. Va, tuttavia, specificato che in Turchia è possibile produrre pasta utilizzando anche la semola di grano tenero che di solito viene miscelata con quella di grano duro. Questa pratica in Italia non è consentita e rappresenta uno svantaggio competitivo nel momento in cui guardiamo solo ed esclusivamente ai costi e al prezzo del prodotto finale.
La nostra pasta come sta? Riusciamo a realizzarla solo con grano italiano?
Anche qui penso sia importante partire dai numeri che ci possono aiutare a sfatare alcuni falsi miti che spesso condizionano l’opinione pubblica e il consumatore finale.
Vai
L’industria molitoria italiana consuma annualmente circa 5,3 milioni di tonnellate di granella di frumento duro per la produzione di semole che al 95% vengono utilizzate per la produzione di pasta. A fronte, come dicevamo all’inizio, di una produzione italiana di 3,7 milioni di tonnellate di grano duro, è facile intuire che le importazioni di frumento duro da sempre sono state necessarie per la nostra industria per la produzione di pasta.
Facile, intuire si.
L’Italia da questo punto di vista non è mai stato un Paese autosufficiente. E’ importante, tuttavia, specificare che delle 3,67 milioni di tonnellate di pasta prodotte in Italia solo il 40% è destinato al consumo interno, mentre tutta la restante parte è destinata ai mercati esteri, dove rappresenta un’eccellenza della nostra produzione agroalimentare.
Quindi?
Il messaggio che deve passare è che le importazioni di grano duro sono necessarie per soddisfare il fabbisogno dell’industria. Tuttavia, queste ultime andrebbero gestite dal punto di vista dei flussi d’arrivo in modo da non turbare in maniera significativa l’andamento dei prezzi nel mercato nazionale, come è avvenuto ad esempio in questo ultimo anno con numerose importazioni ravvicinate da Paesi come Russia e Turchia. Bisognerebbe lavorare per rendere più solida la filiera produttiva italiana che deve avere l’obiettivo di ottenere produzioni di buona qualità e quantitativamente ai livelli medi precedenti al 2021. Solo attraverso meccanismi di filiera si riuscirà a garantire la corretta valorizzazione delle diverse fasi produttive.
Mi spieghi un po’ cosa significa filiera?
Cercando di semplificare il concetto definirei la filiera come le regole del gioco.
Ottimo, vai.
Come in ogni sport i partecipanti sono a conoscenza, prima dell’inizio della competizione, di quali sono l’insieme di regole da rispettare al fine di concorrere lealmente con l’obiettivo di ottenere la vittoria e di conseguenza una ricompensa. Costruire filiere integrate e coese significa innanzitutto stabilire anticipatamente (e spesso per un periodo di tempo superiore ad un anno) per tutti i soggetti coinvolti nelle diverse fasi quali sono le regole, le condizioni e le modalità di definizione del prezzo.
Quindi quando parliamo di filiera…
Quando parliamo di filiera ci riferiamo a tutti quei passaggi attraverso i quali un prodotto agricolo arriva nelle tavole per essere consumato. Per quanto riguarda in particolare la produzione di cereali occorre segnalare che, nel nostro Paese, la produzione agricola è molto frammentata e arriva sul mercato con poca forza contrattuale. L’importanza di una interazione di filiera, attraverso la contrattualizzazione tra i diversi attori coinvolti, dovrebbe garantire in primis condizioni di accesso al mercato migliori per gli agricoltori.
La regola principale allora è avere un contratto di filiera?
Sì, avere un contratto di filiera consente ai soggetti coinvolti (agricoltori, stoccatori, industria) di stabilire all’inizio della campagna di coltivazione tutte le condizioni relative alle diverse fasi. In questo modo le parti definiscono tutti gli aspetti cruciali dei contratti di coltivazione, conservazione e commercializzazione, come ad esempio quantità, qualità, modalità di consegna, modalità di determinazione del prezzo.
Quindi tutti i passaggi sono contrattualizzati dall’inizio.
Questo vuol dire per l’azienda agricola essere a conoscenza prima delle semine di come potrà essere valorizzata la granella ottenuta, per lo stoccatore quali saranno mediamente i volumi da gestire e per l’industria assicurarsi approvvigionamenti con costi definiti. La parola chiave da associare ai contratti di filiera è sicuramente programmazione. Per i motivi di cui sopra sono lo strumento che consente di programmare produzioni, consegne, investimenti. Inoltre, consentono di incentivare le produzioni di qualità attraverso la scelta di specifiche varietà, parametri qualitativi e modalità di conservazione.
Ok, facciamo riassunto.
Nelle produzioni cerealicole, generalmente l’integrazione tra i diversi attori della filiera parte con la fase agricola e si chiude con la seconda trasformazione (industrie della pasta, del pane, dei prodotti della pasticceria). Di questa integrazione non è mai parte la distribuzione, sebbene sia comunque un passaggio talvolta imprescindibile per portare il prodotto sulla tavola dei consumatori e che riveste un ruolo preponderante nella distribuzione del valore.
In assenza?
Quello che, al contrario, accade in assenza di un contratto di filiera è che l’agricoltore si trova a produrre sostenendo dei costi certi ma con dei ricavi non preventivabili in quanto legati all’andamento del mercato che, in particolare negli ultimi anni, è stato caratterizzato da alta volatilità. Lo stesso accade per le altre fasi. Nel momento in cui non è presente il contratto di filiera ogni operatore cerca di trarre il massimo vantaggio senza però avere degli obiettivi comuni. Il contratto di filiera consente a tutti di poter remare della stessa parte, conoscendo a priori regole e ricompense, e riconoscendo a tutti il corretto valore per il lavoro svolto.








