Il 12 marzo del 2026, l’Agenzia internazionale dell’Energia (AIE), ha pubblicato il primo report da quando è iniziata la guerra in Medio Oriente. Ha scritto che la guerra «sta creando la più grande interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero globale». Com’è noto, la crisi dovuta al blocco dei traffici marittimi nello stretto di Hormuz, non si limita solo al settore petrolifero (ricordiamo che dallo stretto passa ogni anno circa un quinto di tutto il petrolio venduto al mondo, esportato principalmente dai paesi del golfo Persico, che sono tra i principali produttori). A questo problema va aggiunto che diverse raffinerie stanno riducendo la produzione o stanno chiudendo (nel 2025 i produttori del Golfo hanno esportato circa 3,3 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati e 1,5 milioni di barili al giorno di GPL). Sebbene siano possibili aumenti della produzione in altre regioni, la disponibilità di materie prime sarà un fattore limitante. Questo era lo scenario suggerito dal report dell’AIE. Tuttavia, come di recente scrive il Wall Street Journal, l’economia mondiale si è dimostrata più flessibile del previsto: è stata sottovalutata l’efficienza energetica dell’economia mondiale. Nella sostanza oggi per produrre di più serve meno energia: si è più efficienti. L’energia necessaria per produrre un punto di PIL è diminuita di circa il 30 per cento negli Stati Uniti e in Europa e del 40 per cento in Cina dal 2000 a oggi. Il Post riassume bene la situazione attuale (per ora reggiamo) e cerca di prospettare quella futura (potremmo non reggere a lungo).
https://www.ilpost.it/2026/05/04/economia-mondiale-crisi-energetica/?homepagePosition=0







