Nel 2007, le Nazioni Unite pubblicarono un rapporto sullo stato della popolazione mondiale, in cui si sottolineava che la vita umana sulla Terra stava silenziosamente superando un traguardo straordinario, e difatti, nel 2008, la percentuale di persone residenti in campagna stava scendendo – per la prima volta nella storia – sotto il 50 %. Oggi, solo il 42 % dell’umanità vive in campagna. Questo era il traguardo.
Ora- sostiene la ricercatrice Maryam Aslany su Aoen- vero è che per molti abitanti delle città, l’urbanizzazione della nostra specie è naturale e inesorabile, ma nemmeno possiamo pensare a un futuro in cui tutti abbandoniamo la terra, e la terra, vuota e senza cura, da sola, in virtù di non si sa bene quale automatizzazione, produca cibo per tutti noi.
In questo articolo Maryam Aslany esamina alcune questione geopolitiche, nonché ideologiche, che sviliscono contadini di tutto il mondo, vuoi per i cambiamenti climatici, vuoi per una sorta di dittatura delle multinazionali, vuoi anche per una difficoltà di rappresentanza e la mancanza di sistemi di protezione e di accesso al credito e infine, aspetto non banale, questioni legate al terrorismo che sfrutta la sofferenza dei contadini.
Poi una parte della sua analisi sembra soffrire di una mancata conoscenza approfondita dell’abbecedario, per esempio una sottovalutazione dei benefici della rivoluzione verde, ma è importante capire che tutte le grandi rivoluzioni, è quella verde lo è stata, ha infatti cambiato il mondo, le grandi rivoluzioni- dicevamo -lasciano feriti sul campo.
Alla memoria e alla futura difesa di questi feriti questo bel saggio è dedicato.
https://aeon.co/essays/the-planet-and-human-social-life-depend-on-peasant-farmers







