D’inverno la casa dove abitiamo sparisce dentro la fumara come se il cielo venisse su dalla terra e fosse una cosa viva che ha fame. La nebbia è bianca e densa e si mangia la strada e tutte le cose non esistono più. Dalla corte si vede solo una luce dentro una finestra con un gatto nero addormentato. Dietro la finestra c’è mio nonno che dorme con l’occhio malato chiuso e quello buono aperto. Sta di guardia al ponte dove non scende giù mai nessuno. Dietro a mio nonno ci sono io sul divano che dormo come lui con un occhio aperto. Sul muro c’è mia mamma appesa a quadro e accanto a lei un Gesù storto sulla croce. Giù c’è invece mia nonna che mi guarda. Si muove veloce tra il lavello e la stufa a legna. Sbuccia un’arancia, getta le scorze sul fuoco per profumare e l’inverno prende l’odore secco dell’estate quando i tigli buttano fuori i fiori che quasi l’aria fa male a tirarla su per quanto punge. Poi scalda il latte fino a farlo bollire. Sa di buono come l’odore di mia mamma che mi viene voglia di staccarla dal muro e mangiarle il collo.
Mia nonna per tirarmi su, batte una forchetta sulla tazza. Mi alzo sempre con i piedi freddi perché dalle sfese delle finestre e da sotto le porte il garbin si invergola e si attacca dentro le ossa. La prima boccata di latte bollente fa sentire il sangue correre fino alle punte dei piedi. Anche con il pane mi scaldo, lo passo sul viso, sulle guance, lo strofino sulle labbra, tiro su con il naso l’odore. Poi con un pugno lo rompo in pezzi fino a sbriciolarli e farli affondare nel bianco. Il mercoledì, che è giorno di mercato, c’è anche il pane con l’uvetta.
Mia nonna dice che divento ingorda come una faina. Lo mangio a secco piantando i denti sulla crosta. Lecco anche le briciole dalle dita. Il mercoledì è una festa. Quando mio nonno sente che ho finito di mangiare mi dice – svelta che el riva. Allora raccolgo le briciole avanzate, le chiudo in pugno e le metto sulla finestra di lato della cucina, quella che guarda il grande pino. Mi allontano e aspetto che arrivi il pettirosso. È sempre puntuale. Prima di mangiare mi guarda. Ha gli occhi neri che pulsano come quelli di un viso che ride. Becca il pane piano saltando sulle zampe e alzando la testa, si gira, guarda dentro, poi mangia ancora. Con grazia. Pare arrivare da un altro mondo. Viene tutti gli inverni. Non canta, è muto come mio nonno. E come lui ha la pancia sporca di sangue che non va più via. So che l’inverno finisce quando non c’è più legna per biscottare il pane e il pettirosso non viene più a cercarmi alla finestra. Ogni estate aspetto il freddo che lo porta.








