Adesso sei in un’urna e detta così sembra una cosa macabra. Ogni volta che passo davanti al contenitore di porcellana grezza, con il tuo nome dipinto sulla pancia, mi domando come fai a startene rannicchiata lì dentro con tutto il tuo pelo vaporoso, i tuoi quarantacinque chili di muscoli e ossa, la coda lunga raccolta in uno sbuffo oscillante per dire sì, no, sono felice, ti voglio bene. Ci manchi. La tua anfora non può addolcire questa pena che si riaccende improvvisa in tutte le ore del giorno. Quando la tua prima pallina dilaniata dai giochi sbuca da un cassetto. Una foto in un quaderno ti mostra cucciola tra le mie braccia. Ci sono mille motivi, mille occasioni che mi parlano di te. A volte mi sembra perfino di avvertire il rumore dei tuoi passi felpati sul pavimento. Eppure non ti volevo. Mi spaventava la tua stazza. – Quanto diventa grande un chow chow? Chiedevo continuamente. A un certo punto ho smesso di farmi domande. Avevo avuto paura di prendermi cura di te. Poi ho capito che in tutti questi anni sei stata tu a prenderti cura di noi.








